Elezioni rinviate in Gran Bretagna, Johnson e Brexit imbottigliati - EntornoInteligente
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LONDRA. — Imbottigliato dalle opposizioni in Parlamento nella sua corsa verso le elezioni anticipate e la Brexit, Boris Johnson è costretto ora a inseguire una difficile via di fuga. Un accordo digeribile, anche al popolo dei brexiteer, sull’uscita dall’Ue entro il 31 ottobre: la scadenza che insiste a proclamare invalicabile — ignorando l’ennesima profferta di rinvio arrivata oggi dalla neo presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, laddove mai Londra ne dovesse far domanda — a dispetto della legge approvata a Westminster dai suoi contestatori che sulla carta la proroga gli impone di chiederla nel caso in cui fra poco più di un mese la sola alternativa fosse quella del no deal.

Di un divorzio hard dalle conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia, i rischi di recessione e per la stessa tenuta unitaria del Regno. Il premier Tory ha accolto nella notte con la baldanza di sempre, ma anche con accenti spazientiti, l’ennesima sconfitta parlamentare: ossia la bocciatura per la seconda volta di fila d’una mozione presentata in aula per avere il via libera ad elezioni anticipate lampo il 15 ottobre, nell’ultima giornata utile prima dell’avvio della lunga e contestatissima sospensione (o prorogation) dei Parlamento decisa dall’esecutivo medesimo per 5 settimane.

Mozione che avrebbe richiesto il quorum dei due terzi, ma che il fronte del no, raccolto attorno al Labour di Jeremy Corbyn, ha bloccato agevolmente dopo aver votato in precedenza anche una mozione — concepita per intimare a Downing Street la pubblicazione di tutta una serie di messaggi riservati scambiati tra otto dei consiglieri più stretti di Johnson, a cominciare dal più abile e spregiudicato di tutti, l’eminenza grigia Dominic Cummings — sui presunti preparativi segreti della prorogation.

Mosse destinate a mettere in imbarazzo il successore di Theresa May, ma soprattutto a spostare almeno a novembre l’appuntamento con le urne (le elezioni “stanno arrivando”, ma non prima di aver allontanato lo spettro del no deal, ha ripetuto oggi Corbyn di fronte a un consesso sindacale, promettendo a seguire un referendum bis sull’Ue con libertà di scelta per i sostenitori di Leave e Remain).

L’obiettivo è chiaro: lasciare nel frattempo un premier dimezzato alle prese con la patata bollente di dover conciliare l’impegno categorico sulla Brexit a fine ottobre con i vincoli della legge anti-no deal, la cui violazione — salvo cavilli o giochi di prestigio — potrebbe portarlo in tribunale. Ecco così che, retorica a parte, a BoJo non resta in questa fase che giocare davvero la carta della problematica ricerca di un “nuovo” accordo in extremis con Bruxelles entro il Consiglio Europeo del 17-18 ottobre.

Malgrado lo scetticismo dominante dei 27, decisi ufficialmente a non rinegoziare l’intesa raggiunta a suo tempo con Theresa May (e affossata a Westminster) al di là delle parole concilianti con cui oggi von der Leyen ha assicurato di guardare alla Brexit non come a un epilogo, ma come “all’inizio di nuove relazioni con il Regno Unito”.

Per riprendere il filo del dialogo, Johnson è del resto ripartito dalla casella numero 1, convocando i vertici del Dup, coriacei alleati unionisti nordirlandesi, nell’affannata speranza di riuscire dove la May aveva fallito: convincerli a dargli copertura su una soluzione in grado di nascondere, se non di cancellare, l’ombra del backstop, la clausola vincolante sul confine aperto post Brexit fra Irlanda e Irlanda del Nord denunciata da più parti come un ipotetico vulnus al legame fra Belfast e Londra.

Una vero rompicapo da sciogliere, anche se fino al 14 ottobre Boris potrà occuparsene senza la grana del Parlamento, dove non ha più la maggioranza. Parlamento che intanto, chiuso temporaneamente controvoglia fra le proteste, e sullo sfondo di ricorsi legali in parte ancora pendenti, si prepara a indicare il 31 ottobre un nuovo speaker della Camera dei Comuni dopo l’annuncio polemico dell’addio del pittoresco quanto controverso John Bercow.

A subentrare potrebbe essere la laburista moderata Harriet Harman, paladina dei diritti delle donne e Mother of the House in forza del suo record di longevità parlamentare. Un figura di richiamo trasversale, ma non certo d’assoluta garanzia per il gabinetto Johnson.

(di Alessandro Logroscino/ANSA)

LINK ORIGINAL: La Voce d Italia

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